L'ANGUILLA

Nell’antichità, i Greci credevano che l’anguilla fosse il frutto degli amori tra una murena e una vipera. Ma le cose non stanno così: l’anguilla è un vero pesce dotato di scheletro osseo, come la carpa o la cernia (pesci teleostei).

I più antichi fossili noti risalgono alla fine dell’era secondaria, circa 100 milioni di anni fa. Furono ritrovati nel Libano e nel sud della Francia, tra i sedimenti dell’antico mare Mesogeo, nel quale apparve forse la specie da cui discendono tutte le anguille.

Nel corso delle ere geologiche, il mare Mesogeo, che metteva in comunicazione gli oceani Atlantico e Pacifico, ridusse la sua superficie al punto da formare solo il Mediterraneo. Le anguille indo-pacifiche e atlantiche si trovarono quindi separate. Hanno tuttavia conservato cicli biologici simili: tutte raggiungono acque calde e molto saline per deporre le uova, a 400 metri di profondità, e le loro larve migrano verso acque continentali per completare la loro crescita.

L’anguilla è un pesce migratore che trascorre una parte della sua vita nelle acque dolci o salmastre dei fiumi e delle paludi (pesce anfialino) ma che deve necessariamente raggiungere l’alto mare per riprodursi (talassòtoco). La fecondazione avviene esternamente, come nella maggior parte dei pesci ossei. La capacità di riproduzione dell’anguilla è eccezionale: ogni femmina produce da 1,3 a 1,5 milioni di ovociti.

Un certo mistero circonda la nascita delle anguille, in quanto non è mai stato possibile osservare in natura adulti sessualmente maturi, né uova fecondate. Nel caso dell’anguilla europea, si presume che l’area di deposizione delle uova si trovi nella parte orientale del mar dei Sargassi. Quella zona dalle debolissime correnti, situata vicino a dove si forma la Corrente del Golfo e al triangolo delle Bermuda, è caratterizzata da una fossa abissale di 2000-6000 metri di profondità, le cui acque hanno temperatura e salinità elevate fino a 1000 metri di profondità, fattori, a quanto sembra, indispensabili alla riproduzione delle anguille. Si stima che la maturazione finale degli adulti e la schiusa delle uova richiedano una temperatura minima di 17° C e una pressione che superi di almeno 40 volte quella dell’atmosfera

Dopo essere state fecondate, le uova diventano larve trasparenti dalla testa stretta, o leptocefali, con grandi occhi: nell’insieme, ricordano delle foglioline. Le più piccole che siano mai state osservate, catturate tra 200 e 500 metri di profondità, misuravano 6 millimetri di lunghezza. Queste larve, carnivore, sono già provviste di lunghi denti e si nutrono di plancton animale o zooplancton.

La Corrente del Golfo le trascina a milioni, fin dalla nascita, avvenuta all’inizio della primavera, in una traversata dell’Atlantico della durata di circa 200 giorni. Durante il giorno, le larve si lasciano portare fluttuando a una profondità di 200-300 metri e risalgono di notte a circa 25 metri dalla superficie.

Avvicinandosi alla piattaforma continentale, a circa 100 chilometri dalle coste, i leptocefali, che raggiungono ormai gli 8 centimetri di lunghezza, cessano di nutrirsi e iniziano la metamorfosi: in questa fase vengono chiamate “cieche”, nonostante i loro occhi funzioni perfettamente. Il corpo, ancora trasparente, si pigmenta e diventa serpentiforme; il peso è infimo, dell’ordine di 0,3 grammi ciascuna, ossia circa 3000 cieche per chilogrammo.

Durante la metamorfosi ha inizio la migrazione delle cieche verso le coste e gli estuari. I loro arrivi, tra ottobre e marzo, sono più tardivi nel Mare del Nord rispetto agli estuari delle coste atlantiche.

Questa seconda fase della migrazione “portata” può subire rallentamenti se si verificano forti cali di temperatura o se le cieche vengono respinte al largo dalle piene dei fiumi.

Le cieche si muovono nelle zone superficiali dell’acqua, trasportate dal flusso della marea montante. Durante il riflusso, scendono sul fondo per non farsi trascinare a valle. Alcune rimangono lungo le coste, dove diventeranno anguille, ma la maggior parte risale lungo i fiumi e i corsi d’acqua. 

Un voracissimo predatore

L’anguilla è in grado di consumare praticamente ogni tipo di cibo animale, basta che sia vivo o fresco. Durante la crescita, può ingerire giornalmente una quantità pari al 25% del suo peso. Un appetito così intenso ha una sua spiegazione logica: nutrendosi, l’anguilla deve provvedere alla propria crescita e costituirsi delle riserve di grasso, perché cessa di alimentarsi non appena la temperatura scende sotto i 10° C, oppure quando supera i 30° C. Per questa ragione, le anguille settentrionali digiunano durante il lungo periodo invernale, mentre quelle del sud si astengono dal nutrirsi durante la stagione calda.

Il regime alimentare dell’anguilla si compone di tutte le specie animali acquatiche – marine o di acqua dolce – soprattutto di quelle che vivono in prossimità del fondo, poiché è in quella zona che l’anguilla rimane per la maggior parte del tempo. Questo tipo di nutrimento può essere integrato, all’occorrenza, con insetti annegati, lombrichi o piccoli mammiferi terrestri.

L’anguilla allo stato larvale è prevalentemente planctonofaga e si accontenta di appendicolarie, minuscoli organismi di pochi millimetri di diametro simili a meduse e composti di acqua per il 99%, quindi rapidamente digeribili. Talvolta, anche, ingerisce minuscoli gamberetti che passano alla sua portata. Poi digiuna per tutta la durata della metamorfosi e ricomincia ad alimentarsi dopo un mese o un mese e mezzo, quando è diventata una cieca ben pigmentata.

Questa anguilla di meno di 20 centimetri ricerca allora le larve di insetti, i vermi del fango e i piccoli crostacei sul fondo e sui versanti delle sponde. Si serve più dell’olfatto che della vista per individuare e scegliere le prede. Crescendo, ricerca prede più adatte alle sue dimensioni. Curiosando a caso e nuotando liberamente, scopre larve di libellule, coleotteri, gamberetti, piccoli granchi, poi lasche, ghiozzi, spinarelli. Le grosse anguille, quelle la cui lunghezza va oltre i 50 centimetri, divorano occasionalmente anche le loro simili di più piccole dimensioni. Le prede più piccole sono ingoiate intere, mentre quelle troppo grosse vengono dilaniate, boccone dopo boccone.

Poiché trascorrono le ore del giorno per lo più nascoste, le anguille si cibano soprattutto di notte – quando essendo diventata più fredda la temperatura dell’acqua si spostano nelle zone più profonde – il più delle volte battendo attivamente i loro territori di caccia. Alcune si immergono completamente nella melma o nella sabbia, lasciando sporgere solo la testa e gli occhi e, aspettano, in agguato, che una preda adatta passi alla loro portata: allora si avventano con mossa fulminea sulla vittima catapultando due terzi del corpo fuori dal nascondiglio.

All’assalto di fiumi e corsi d’acqua

Al termine della prima fase migratoria, le giovani anguille sono ormai giunte vicino al litorale. La maggior parte di esse si stabilirà, naturalmente in funzione della disponibilità di cibo, negli estuari, nelle paludi o negli stagni costieri, in acqua indifferentemente dolce o salata. Per esempio, nei pressi delle coste francesi, la densità media delle loro popolazioni è di un’anguilla per metro quadro.

Contrariamente alla migrazione oceanica, detta “portata”, la risalita dei corsi d’acqua viene chiamata “migrazione nuotata”, in quanto l’anguilla deve ormai progredire controcorrente. Questa fase raggruppa animali di tutte le misure: cieche appena giunte dall’alto mare e anguille più anziane, che riprendono la rotta verso monte. La risalita si svolge in primavera e in estate, poi è soggetta a significativo rallentamento in autunno in concomitanza con l’abbassamento della temperatura.

Al loro arrivo nell’estuario, le giovani cieche si preparano al passaggio in acqua dolce rimanendo per qualche settimana nella zona di influenza delle maree. Poi, in occasione di una forte marea, si fanno portare verso monte. Quando l’effetto della marea si attenua, incominciano a nuotare, in genere di notte e vicino alle sponde, dove la corrente del fiume è meno forte. Molto numerose, formano a volte un cordone lungo parecchi chilometri e costituito da milioni di anguille.

Durante la loro migrazione nuotata, le giovani anguille completano la pigmentazione e crescono: le cieche di 8 centimetri che avevano lasciato l’estuario, dopo un percorso di 80 chilometri sono già anguillette di 12 centimetri, che poi diventano grandi anguille pronte a proseguire il loro cammino verso monte.

La risalita non è continua: le anguille sostano – poche ore o qualche giorno – per riposarsi, nutrirsi, mettersi al riparo dai predatori. Alcune si fermano, ma molte altre proseguono.

In prossimità delle confluenze, il percorso migratorio si fa più differenziato e, il gruppo si scinde per invadere tutti gli affluenti. Se un ostacolo naturale o uno sbarramento intralcia la loro strada, le grandi anguille cercano talvolta di superarlo strisciando, come serpenti sulla terraferma, aiutate in questa impresa anche dall’ambiente umido; le più piccole tentano di risalire le pareti delle dighe, percorrendo circa 1,80 metri di parete verticale in un’ora; ma poche per la verità riescono a superare ostacoli tanto difficili.

La migrazione nuotata richiede diversi anni, soprattutto per certe femmine che, in numero maggiore dei maschi, risalgono i fiumi, portandosi molto a monte.

Il grande ritorno verso i Sargassi

La fase continentale dell’anguilla, cioè il periodo in cui vive in acque dolci o salmastre, è un periodo di crescita durante il quale l’attività prevalente è la ricerca del cibo.

Talvolta tacciata di sedentarietà a causa della limitatezza dei suoi spostamenti rispetto alle migrazioni oceaniche, l’anguilla invece è piuttosto nomade. Si muove giornalmente alla ricerca di prede entro i confini dell’habitat prescelto, ma si sposta anche in funzione delle stagioni tra le zone invernali e quelle di nutrizione. Il suo territorio può estendersi per un tratto di fiume lungo 40 chilometri.

Trascorrono alcuni anni, poi l’anguilla giunge al termine della sua crescita. Subisce allora una metamorfosi, assumendo i caratteri di un pesce marino di grande profondità, prima di intraprendere il viaggio di ritorno verso il mar dei Sargassi, dove avverrà la riproduzione. Ora la colorazione della sua nuova livrea, in particolare quella del ventre, ha assunto delle tonalità tali che le conferiscono il nome di anguilla “argentina”. Durante il lungo viaggio verso i Sargassi, le anguille si avvantaggiano delle riserve di grasso accumulato nel frattempo che fungono appunto da scorte nutritive.

La migrazione per la riproduzione incomincia con la discesa verso il mare. Avviene di notte e in autunno, con il favore dell’ondata di piena. In genere, le anguille che si trovano più addentro nei fiumi sono femmine di grossa taglia che hanno trascorso da 5 a 10 anni in acque dolci. Vengono raggiunte, più a valle, da maschi di dimensioni minori, perché la fase di crescita di questi ultimi sembra essere stata più breve (alcuni hanno trascorso meno di tre anni nei corsi d’acqua).

Poi le anguille raggiungono l’alto mare e, vivendo delle loro riserve di grasso, impiegano almeno 6 mesi per percorrere i circa 6000 chilometri che le separano dal luogo di riproduzione. All’inizio del viaggio, le anguille avanzano progressivamente percorrendo circa 30 chilometri al giorno.

Solo alla fine del viaggio, a quanto sembra, le anguille sono in grado di riprodursi. Ma non sono state ancora osservate anguille adulte nel mar dei Sargassi.

 

ANGUILLA EUROPEA – Anguilla anguilla

In Europa si incontra una sola specie di anguilla, ma è caratterizzata da una tale diversità di aspetto, secondo l’età, la maturità sessuale e gli ambienti frequentati, che spesso si è creduto di trovarsi di fronte a specie diverse.

L’anguilla europea possiede uno scheletro completamente osseo. E’ caratterizzata da un lungo corpo: le 115 vertebre (in media) della sua flessibile spina dorsale le consentono di spostarsi eseguendo movimenti ondulatori, il che compensa le sue scarse doti natatorie. Contrariamente alla maggior parte dei pesci, le pinne dorsale, caudale e anale dell’anguilla sono saldate in un solo nastro, detto pinna impari, che corre dalla metà del dorso all’ano. Due pinne pettorali sono poste dietro le branchie.

Grazie alla colorazione bicolore della pelle, verde, poi marrone sul dorso e giallo chiaro sul ventre, l’anguilla adulta si mimetizza facilmente nella vegetazione acquatica e sul fondo melmoso delle acque dolci, dove trascorre gran parte della sua vita.

Pesce dalle abitudini riservate, che rifugge la luce, l’anguilla è attiva prevalentemente di notte. Se le capita di muoversi di giorno, è quasi sempre con tempo coperto e temporalesco. Per spostarsi e cacciare, la vista le serve poco; in compenso si serve dell’olfatto, molto sviluppato, per individuare le prede, che afferra con i molti dentini taglienti. E’ un animale che rimane fondamentalmente solitario per tutta la sua esistenza; e i “cordoni” di milioni di cieche, negli estuari, sono in realtà raggruppamenti forzati che non hanno nulla a che vedere con i banchi di pesci gregari come le sardine.

Talvolta, decine di grandi anguille si ritrovano nello stesso rifugio. Anche in questo caso non si tratta di comportamento sociale: la povertà dell’habitat ne è generalmente la causa. In compenso, quando l’ambiente è ricco di anfratti, l’anguilla diventa territoriale e difende il suo rifugio contro le sue simili, anche quando la densità della popolazione è elevata e raggiunge 2 o 3 individui per metro quadro.

Le dimensioni dell’anguilla adulta variano fortemente in funzione del sesso: le femmine “argentine” superano sempre i 45 centimetri di lunghezza e i 250 grammi di peso, mentre i maschi raggiungono raramente i 40 centimetri e i 130 grammi. Esistono anguille giganti che pesano più di 5 chilogrammi e misurano fino a 120 centimetri di lunghezza, con una circonferenza di 26 centimetri.

In genere sono femmine che non hanno potuto raggiungere il mare per riprodursi. Ricominciano allora ad alimentarsi e riprendono la crescita.

La loro longevità è ancora misteriosa: alcune, in cattività, hanno raggiunto gli 85 anni. L’età delle anguille è infatti molto difficile da determinare. Non si possono utilizzare le scaglie, come per gli altri pesci, perché sono troppo piccole e difficili da prelevare senza danno. E’ possibile allora contare le linee che indicano l’arresto invernale della crescita, le quali caratterizzano piccoli elementi ossei contenuti nell’orecchio interno dell’animale. Ma il metodo non è infallibile, in quanto una temperatura troppo alta, una scarsità temporanea di cibo, siccità ed inquinamento possono anch’essi provocare arresti di crescita in qualsiasi momento dell’anno. Si riteneva che, al loro arrivo nel mar dei Sargassi per riprodursi, i maschi avessero da 8 a 12 anni e le femmine da 12 a 18 anni; ma oggi molti esperti giudicano tali stime molto alte. Comunque, si sa che la longevità è variabile poiché dipende dal tempo necessario a ogni anguilla per diventare “argentina”, il che avviene quando l’animale, sessualmente maturo, cambia colorazione diventando dorsalmente scura e centralmente bianco-argentea. In questa fase ritorna al mare. Più l’ambiente dove l’anguilla vive è favorevole – cibo abbondante, temperature ideali – più rapida è la crescita e più presto sarà idonea a riprodursi, ma in compenso vivrà meno, perché pare che nessuna anguilla adulta sia tornata in Europa dopo la riproduzione.

 

Segni distintivi

Occhio:   grazie all’iride molto sviluppata e alla retina ricca di bastoncelli, l’occhio dell’anguilla è molto sensibile alla luce. In compenso, il cristallino, sprovvisto di muscoli, non può focalizzare. Nelle acque continentali, l’anguilla utilizza poco la vista, che tuttavia è ben adatta alla penombra del fondo.

Pinne pettorali:   le due pinne pettorali dell’anguilla si trasformano in modo vistoso durante il suo sviluppo. In fase di crescita, sono relativamente piccole, arrotondate e quindi adatte alla vita sul fondo delle acque continentali. Per la migrazione di riproduzione diventano più lunghe e appuntite e assumono una forma più idonea al nuoto in alto mare.

Scaglie:   tutte le anguille possiedono scaglie. Profondamente infisse nella pelle, sono piccole, disposte regolarmente e non si sovrappongono come negli altri pesci. Assenti all’inizio della vita, compaiono nelle anguille lunghe più di 18 centimetri.

Odorato:   l’odorato dell’anguilla è senz’altro uno dei più efficienti nel mondo dei pesci. Tra le narici posteriori e quelle anteriori, due “rosette” olfattive, molto sviluppate e composte di lamelle olfattive, percepiscono e analizzano qualsiasi tipo di odore.

Pelle:   la pelle dell’anguilla europea, che appare liscia perché le scaglie sono profondamente inserite nel derma, è una delle più spesse e resistenti nel mondo dei pesci. Cellule superficiali ricoprono l’epidermide che contiene molte ghiandole mucose e cellule sensitive. Tra l’epidermide e il derma si trovano le cellule germinative. Il derma è ben irrorato dai vasi sanguigni. In tal modo, l’anguilla sopporta senza difficoltà le variazioni esterne di temperatura e di salinità. Ciò le permette anche una respirazione cutanea, che spiega la sua singolare resistenza quando viene a trovarsi fuori dall’acqua.